Memorie di guerre 6
Lo sguardo dell’anima antica percorreva lentamente ogni viso fra la folla, come a sigillare nella memoria di ognuno il peso di quell’incontro.
Quando parlò ancora, la
sua voce era più bassa.
Quasi un sussurro.
E proprio per questo… impossibile da ignorare.
«Avete ascoltato» disse l’anima antica, e la sua voce portava ora un peso diverso, più stanco, più severo.
«Avete ascoltato le voci di chi ha pagato il prezzo più alto. E ora… continuate ad ascoltare. Guardiamo questo mondo, oggi.
Con i progressi che avete raggiunto.
Curate malattie che un tempo uccidevano intere generazioni.
Parlate con chi sta
dall’altra parte del pianeta in un istante.
Avete imparato a guarire.
A costruire.
A creare bellezza.
E nonostante tutto questo…»
Si fermò, per un attimo.
«…siete ancora qui a uccidervi a vicenda.»
Il silenzio si fece più pesante.
«Non per fame, questa
volta.
Non sempre, almeno.
Ma per avidità.
Per il bisogno
insaziabile di possedere più di quanto vi serva.
Più di quanto sia giusto.
Più di quanto un’unica vita potrebbe mai consumare.
Vi siete creati cariche
di potere immense.
Capaci di decidere il destino di milioni di vite con la firma di una penna, o
la pressione di un dito.
E a chi affidate questo potere?
A chiunque sia riuscito a
conquistarlo.
Con la forza.
Con l’inganno.
Con la ricchezza.
Nessuno controlla la loro
mente.
Nessuno si chiede se quella persona sia in grado di portare il peso di tante
vite senza spezzarsi.
Senza corrompersi.
Senza dimenticare che ogni numero è un essere umano.
Con un nome.
Un volto.
Una famiglia che lo aspetta.»
La voce dell’anima antica si fermò nuovamente.
Il suo sguardo inchiodò gli spettatori per la durezza che possedeva.
«Per guidare un veicolo dovete dimostrare di essere capaci. Per esercitare alcune professioni dovete dimostrare equilibrio, competenza, istruzione, sanità della mente.
Fate esami, controlli accurati.
Venite giudicati.
Valutati.
Ma…»
Si fermò ancora.
«…per decidere se mandare migliaia di giovani a morire non serve dimostrare nulla.
Basta il potere, ottenuto senza le competenze necessaria, lo studio, i controlli, la sanità mentale.
Non serve la saggezza per usarlo alla fine.»
Nella piazza, nessuno respirava davvero.
«E voi… voi che guardate da lontano queste guerre come se fossero storie che non vi riguardano. Dovete, però, capire una cosa essenziale.
Nessuna guerra resta isolata.
Nessuna sofferenza rimane contenuta in un solo luogo.
Quando una nazione cade nel caos il mondo intero ne sente il peso.
Sempre.
Nelle vite che fuggono.
Nelle risorse sottratte alla vita per essere trasformate in morte, distruzione.
Nell’indifferenza che cresce dentro di voi ogni volta che cambiate canale.»
Un’ombra attraversò gli sguardi di tutti gli astanti.
«Non esiste un “altrove” quando si parla di sofferenza umana. Esiste solo…» un sussurro abbastanza potente da essere sentito da tutti fin dentro alla propria anima «…un “non ancora a noi”.»
Il silenzio calò.
Lungo.
Freddo.
«E questo… forse… è il peccato più grande che vi accomuna tutti.
Pensare che il dolore degli altri non vi appartenga fino a quando non bussa alla vostra porta.»
L’anima antica fece un respiro lento, controllato.
«Vi chiediamo una cosa,
questa notte. Portate queste testimonianze fuori da questa piazza.
Diffondetele.
Raccontatele.
Scrivetele.
Condividetele.
Non lasciatele morire qui.
Non lasciatele diventare solo un ricordo inutile.»
Lo sguardo si fece più intenso.
«Il mondo ha bisogno di risvegliarsi.
Ha bisogno di capire che vivere solo per il proprio interesse, ignorando il bene degli altri, porta sempre allo stesso risultato: case distrutte, infanzie rubate, donne e uomini che aspettano per sempre, soldati che muoiono per ragioni che non sono mai state davvero loro, innocenti sacrificati per il guadagno altrui.
La guerra non è solo la morte di umani, ma della natura stessa.
Tutto muore, velocemente o lentamente che sia.
La terra stessa muore coperta dal sangue umano e dalle sue armi di distruzione.»
Un’altra pausa.
«Non vi chiediamo di essere perfetti.
Vi chiediamo solo di iniziare.
Pensate oltre voi stessi.
Oltre la vostra casa.
Oltre il vostro confine.
Oltre il vostro tempo.
Perché il vostro bene e quello degli altri non sono separati.
Non lo sono mai stati.
Sono la stessa cosa.»
La voce si fece più grave.
«E fino a quando non lo capirete continuerete a ripetere.
Gli stessi errori.
Le stesse guerre.
Lo stesso dolore.
Sotto bandiere diverse.
Con nomi diversi.
Ma… sempre uguale.»
Un ultimo respiro, pesante, come se il peso del mondo intero lo schiacciasse.
«Portate queste parole con voi.
E fate in modo che non siano state pronunciate invano.»
L’anima antica tacque.
Lo sguardo tornò a percorrere i volti.
Lentamente.
A uno a uno.
Poi parlò ancora.
Più piano.
Più vicino.
«C’è un’ultima cosa che dovete capire.
Non sono solo coloro che ordinano le guerre i responsabili.
Lo sono anche coloro che accettano.
Coloro che giustificano.
Coloro che voltano lo sguardo.»
Un gelo attraversò la piazza.
«Ogni volta che scegliete l’odio invece della comprensione, state costruendo il mondo che dite di odiare.
Ogni volta che restate in silenzio davanti a un’ingiustizia, la state permettendo.
Ogni volta che pensate “non mi riguarda” state solo posticipando il momento in cui vi riguarderà.»
Gli occhi dell’anima brillarono.
Secoli interi, racchiusi in uno sguardo.
«Non aspettate un’altra guerra.
Non aspettate di perdere.
Non aspettate che sia troppo tardi per accorgervi che lo è sempre stato.»
Si fermò, nuovamente.
La stanchezza nel suo cuore era evidente a tutti i presenti.
Poi, lentamente: «Non siate vittime del vostro tempo. Ma siate gli autori.»
Le parole dell’anima antica non caddero.
Rimasero sospese.
Come se, persino il mondo, avesse paura di farle toccare terra.
Poi, senza suono, l’anima antica iniziò a dissolversi.
Lentamente.
Come qualcosa che non se ne va, ma smette semplicemente di restare.
Il suo sguardo fu l’ultima cosa a svanire.
E in esso non c’era più rabbia.
Non c’era più dolore.
Solo una domanda.
Muta.
Persistente.
Rivolta a tutti.
Adesso che sapete cosa farete?
La notte si fece ancora più scura.
E, per la prima volta, il silenzio che calò nella piazza non portò sollievo, ma il peso della responsabilità.


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